Questa è senza dubbio una delle convinzioni principali, conditio sine qua non, perché ogni cambiamento, ogni apprendimento, ogni miglioramento, avvenga…

“Non esistono fallimenti, ci sono solo Risultati.”

Cominciamo da un paio di immagini:

  1. un bambino che inizia a camminare, che apprende la meravigliosa e appassionante abilità di muoversi da solo sulle sue gambe, come fa ad imparare? Qual è il processo di apprendimento che deve attraversare?

A tutti è capitato di osservarne i movimenti testardi ed impacciati al tempo stesso. Si potrebbero descrivere dettagliatamente tutte le consapevolezze che pian piano acquisisce e padroneggia, ma in questo momento basti sinteticamente dire questo.

Impara cadendo. Più e più volte. E poi rialzandosi.

55Quello che la sua mente percepisce non è un elenco di fallimenti, quanto piuttosto un insieme progressivo e concatenato di risultati dai quali ripartire per fare il tentativo successivo. Ogni volta di nuovo.

  1. La seconda immagine ci viene in prestito da Buckminster Fuller: è la rappresentazione di una nave che veleggia attraverso la guida del suo timone.

Per quanto navighi su un mare calmo, se vuole condurre a destinazione la sua nave, il timoniere deve costantemente esercitare una serie infinita di azioni e correzioni della rotta a causa della tendenza rotatoria del battello stesso.

Pur avendo quindi una destinazione chiara, un obiettivo definito, siamo costantemente sottoposti a sbagliare e a dover ricorreggere la nostra rotta. Azione dopo azione. Nessuno esente.

Vi starete chiedendo allora: da dove deriva la nostra incapacità di accettare il fallimento, un errore, come semplicemente l’occasione di correggere il tiro per centrare meglio l’obiettivo? Cosa rende questa visione, così utile, tanto distante dal nostro usuale modo di pensare?

Due fattori essenzialmente: la prima ragione è data dal fatto che abbiamo rappresentazioni molto chiare, internamente, di ciò che potrebbe non funzionare. Questo vuol dire che ci raffiguriamo il fallimento immaginandolo prima ancora che accada, e generando in noi la paura di agire. Di conseguenza, saremo così focalizzati su ciò che potrebbe non funzionare e limitati da questa paura che non daremo alle nostre azioni l’efficacia necessaria per riuscire realmente. Insomma, ancora una volta, una profezia che si autoadempie: più temo di sbagliare e più sbaglierò.

Il secondo errore lo commettiamo subito dopo l’errore, attribuendo una valenza emozionale carica di sentimenti negativi collegati all’evento di insuccesso. Emozioni negative che ovviamente ci vincolano nelle scelte successive, ci appesantiscono nei pensieri, nella fisiologia e nello stato emotivo che ci portiamo dietro.

Le persone proattive ed efficaci non manifestano invece questa tendenza. Riescono a vivere l’errore con il 57necessariodistacco per poter analizzare quanto accaduto e trarne risultati utili alla prossima mossa.

Non pensano di aver sbagliato: hanno semplicemente aggiunto un’esperienza in più al loro bagaglio. Come dire, con una famosissima immagine, che Thomas Edison non sbagliò 9.999 volte la costruzione della lampadina, ma trovò 9.999 modi in cui NON si costruisce una lampadina.

La chiave di volta per cambiare la nostra visione sta quindi tutta qui: i fallimenti sono solo esperienze, e noi impariamo prevalentemente dall’esperienza, dagli errori, dalle batoste!

Convinciti quindi di non essere una mosca: una mosca, chiusa in una stanza, si dirige verso il vetro chiuso e comincia sbatterci contro decine e decine di volte. Non cerca un’alternativa, non impara che quella strada non funziona.

E tu, vuoi ancora continuare a perdere tempo sbattendo sempre sullo stesso vetro chiuso?

O preferisci piuttosto imparare qualcosa da ogni esperienza fatta?

Riflettici ora: immagina di poter fare tutto, di non poter fallire in alcun modo. Che cosa tenteresti di fare? E con quale atteggiamento andresti incontro alla prova?

Buona vita! 😉

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